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Viaggiare nella Delusione

DelusioneLa delusione è uno dei sentimenti più brutti che si possano provare. Uccide la fiducia, svilisce la speranza, spegne l’anima, disillude. La delusione è una lama che trafigge il cuore, scotta le carni, ferisce gli occhi, spezza le ossa. La delusione ci rende insicuri.

Tutti, prima o poi, ci deluderanno. Genitori, figli, amici, così come mogli o mariti. È parte dell’essere umano, è parte della normale differenza tra le aspettative che, ognuno di noi, ha nei confronti dell’altro. La domanda fondamentale è, quando ciò accade: possiamo sostenere questa delusione? Possiamo lasciarla scorrere via, come fossero lacrime su una pelle ancora liscia e pulita, e passare oltre? E, così come dopo un pianto di delusione, possiamo trovare di nuovo il sorriso che può spingerci, senza troppi strascichi, a superare il tutto?

Se la risposta è semplicemente sì, vale la pena guardare avanti. A volte, purtroppo, il dolore è troppo grande per poter essere messo via e dimenticato. La delusione è un tradimento della fiducia, forse uno dei più gravi. La delusione è la distruzione delle aspettative, è il riconoscere di aver sbagliato a riporre fiducia. La delusione è rabbia. La delusione è umiliazione.

La delusione è dolore. IL dolore.

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Il Ricordo o Viaggiare dopo la fine di una Relazione

Fine di una relazioneDopo la fine di una relazione, un turbine di sensazioni e pensieri si scatena all’interno della mente. Le reazioni possono essere variegate. C’è chi si sente finalmente libero e si dà alla pazza gioia, chi invece si mette in religioso silenzio meditativo. C’è chi pensa a come si possa recuperare la situazione, chi inizia a riflettere sul “se avessi fatto in questo modo…“.
Nel complesso, la fine di una relazione scatena delle emozioni forti. Positive o negative che siano, anche una relazione spenta e ormai logorata lascia qualcosa. Esperienza, maturità, ma spesso anche sfiducia nel futuro o nel prossimo.

Nessuno resta senza ammaccature. Anche chi decide di chiudere la relazione ha comunque un lungo e doloroso strascico da buttarsi alle spalle e di solito più la relazione è stata lunga (anche se sofferta), più lo strascico è lungo. Pensieri si rincorrono e pur coscienti del fatto che è giusto che sia andata così, si viaggia nei ricordi e si torna a momenti passati, a luoghi legati a qualcosa di specifico, a situazioni particolari. “Lo scorso anno, in questo giorno, ero in quel luogo e stavo facendo questa specifica cosa“.

Cosa accade, dunque, dopo la fine di una relazione? Alcuni si sentono subito pronti per una nuova avventura, altri devono prima leccarsi le ferite. E il tempo per farle rimarginare può essere particolarmente lungo. Sia chi lascia che chi è lasciato dovrà fare i conti con la propria mente, le proprie colpe, i propri dubbi, i propri rimorsi. Nessuno ne esce del tutto indenne. Qualcosa resterà a vita. Quanto grande? Solo il tempo potrà dirlo.
La cosa più sbagliata è continuare a ricordare, tornare indietro con la mente e indugiare a guardare avanti. Rimanere legati ad un mondo che non ci appartiene più e ad una vita che ci siamo lasciati alle spalle non ci aiuterà ad accettare la nuova condizione, ma a guardare sotto una luce diversa, spesso sbagliata, la precedente.

Nella vita si dovrebbe sempre guardare avanti, voltandosi solo quanto questo può aiutare ad interpretare meglio il futuro. Eppure spesso il ricordo di qualcosa che non si avrà più è più dolce del momento stesso, e il ricordo si tinge di colori più sereni, più belli, più allegri. A volte non sopraggiunge nostalgia, ma una presa di coscienza molto forte: la vita è un costante mutamento all’interno del quale, come attori o spettatori, ci muoviamo senza conoscerne la parte.

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L’Addio ovvero Viaggiare nella fine di una Relazione

Fine di una RelazioneC’è un preciso momento: uno, unico e identificabile, in cui finisce una relazione. È come un interruttore che si preme e in un istante cambia tutto. Magari ci sono dietro periodi più lunghi di riflessione, di pensiero, di valutazione. Periodi di confusione, di idee, di incertezze e di rimpianti, c’è però un momento, unico e distinguibile, in cui avviene la presa di coscienza.

Spesso le relazioni non finiscono per un motivo, ma per una serie di ragioni. Relazionarsi vuol dire tollerare e impegnarsi, imparare e insegnare, vivere e lasciar vivere, per cui sarebbe estremamente riduttivo pensare che un unico evento, un’unica situazione o un singolo momento possano compromettere tutto. Uno dei due preme l’interruttore. Commettendo un fatto, prendendo una decisione, comportandosi in un modo specifico ma, di fatto, uno dei due preme il fatidico interruttore che decreta la fine di una Relazione.

Lunga o breve, passionale o fredda, almeno uno dei due saprà riconoscere quel singolo istante. Cosa è accaduto, come ci si è sentiti, cosa ha portato a tutto quello. A volte la “bomba” esplode dopo la pressione dell’interruttore. Il momento cruciale viene riconosciuto mentre i suoi effetti saranno successivi. Ma c’è un unico, inconfondibile, inevitabile istante in cui la relazione è intimamente finita. Si decide che una specifica azione, uno specifico comportamento, una particolare omissione, diventa il simbolo del termine dell’impegno profuso. Lo si accetta.

Cosa porta alla fine di una relazione? Milioni di motivi, ma di fatto uno: la mancanza di fiducia nei confronti del futuro. Non della persona, non di sé stessi, ma del futuro insieme. Una relazione è compromesso, una relazione è impegno, una relazione è una scommessa e un investimento. La relazione non è sempre rose e fiori, e si devono ingoiare dei bocconi amari,  si deve pensare con due teste, si deve rispondere ad un’altra persona sul nostro operato. Di fronte a qualunque decisione, quindi, si deve ragionare per due, affrontando sempre le conseguenze di qualsiasi decisione.

La Relazione finisce quando tutto questo non avviene più. Quando si pensa “lo faccio, in barba alle conseguenze“. Quando il noi torna ad essere un io. Quando si decide che nessuno sforzo sia più necessario, che tutto è inutile e che, prima o poi, si chiuderà tutto. Si prende coscienza della cosa come se si comprendesse, di colpo, che non vale la pena andare ulteriormente avanti. Tutto questo avviene in uno specifico, riconoscibile istante. 

La Relazione si chiude in un istante. Ma cosa avviene, poi?

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Viaggiare nella Sofferenza

SofferenzaLa Sofferenza. Uno stato fisico, uno stato mentale. Uno stato fisico e mentale, oppure uno stato mentale che può trasformarsi in uno stato fisico.
A volte, la Sofferenza è legata a dei ricordi. Ricordare provoca sofferenza, oppure ricordare la sofferenza passata aiuta a guardare avanti in un modo più adatto, più consono. Soffrire vuol dire vivere una condizione negativa, di dolore (fisico o psicologico) e la natura umana spinge ad allontanarsi dal dolore. Ma allora, perché viaggiare nella sofferenza?

Spesso vogliamo soffrire. Creiamo appositamente dei pensieri, iniziamo a ricordare fatti o persone che causano un disagio psicologico. Perché lo facciamo? Masochismo? Forse. O forse vogliamo solo tornare in uno stato mentale e, in qualche maniera, cercare di comprenderne cause e conseguenze, adattarci, cercare di convivere con questa situazione di disagio, ovvero accettare la sofferenza per smettere di soffrire.

Ci sono situazioni, nella vita, che causano sensi di colpa, rimorsi, momenti di difficoltà. Vengono archiviate nei ricordi così come sono, a volte senza rielaborarle per nulla, quasi per non doverle affrontare. Non ancora. Il risultato è che i ricordi di certi fatti provocano questo forte senso di sofferenza e disagio. Affrontarli significa soffrire, ma allo stesso tempo finché non li abbiamo esorcizzati, proveremo sofferenza ogni volta che ci penseremo.

Viaggiare nella Sofferenza significa, dunque, cercare di accettarla oppure punirsi. In entrambi i casi, non possiamo esimerci e solo gli stolti riescono a non provare alcun tipo di fastidio quando viaggiano mentalmente in qualcosa di poco sereno.

Tutti soffriamo, prima o poi. E tutti accumuliamo ricordi che causano sofferenza, sia per ciò che abbiamo fatto che per ciò che non abbiamo fatto, oppure per qualcosa che è capitato e non è stato possibile evitare.

Viaggiare nella propria sofferenza significa istruirsi su sé stessi. Il problema è quando la sofferenza la si è causata ad altri, ma ne parleremo in un prossimo viaggio.

 

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Il Cassetto dei Ricordi

Apro il cassetto e torno nel passato.
Non trovo le tue cose, trovo te, trovo noi, 
trovo i ricordi di una vita insieme.

Trovo i sogni e le speranze,
un pigiama che avevo ormai dimenticato.
Trovo un mondo ormai superato.

Vedo il colore dei nostri progetti,
sento il profumo delle nostre speranze,
il sapore dei nostri sogni.

Prendo senza guardare, metto via senza riflettere,
tutto ciò che negli anni era così familiare e da ora diventerà estraneo.
Sigillato in un mondo di ricordi. 
Parte di una vita passata. Parte di una vita mai dimenticata.

E chiudo gli occhi e torno indietro,
l'amarezza mi assale e mi chiedo come, quando e perché
non abbiamo più capito dove andare, insieme.

Chiudo la scatola, il cassetto è vuoto,
e una lacrima scende al pensiero che non vedrò mai più quelle cose,
a cui negli anni mi ero tanto affezionato.

Non ne sentirò più l'odore, non saranno più parte della mia vita,
relegate nella mente, nel cuore, nell'anima,
relegate nell'oblio.

Chiudo gli occhi lucidi, nel dolore di un Addio.
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Viaggiare nel Perdono

Il ritorno del Figliol Prodigo - Il Perdono

Il ritorno del Figliol Prodigo – Il Perdono

Cos’è il Perdono? È un atto di forza. Dare colpe a qualcuno è semplice, provare risentimento è naturale, sentirsi feriti o offesi è comune, eppure tutto questo può essere cancellato. Il Perdono è un colpo di spugna, un gesto che mette in luce la volontà di soprassedere, di dimenticare o più semplicemente di accettare un errore. Perché tutti sbagliamo e ammetterlo è la prima fase che può portare verso un atto di perdono.

Molte religioni si basano su di esso, molti insegnamenti filosofici girano intorno al concetto della cessazione del risentimento, ma ciò su cui vogliamo focalizzarci oggi è un altro ambito: il perdono di sé stessi.

Il rimorso può spingere ad un forte senso di colpa nei propri confronti. Perdonarci vuol dire accettare i nostri errori e ammettere che essi siano in qualche modo stati parte di una specifica condizione, o frutto di una serie di errori che tenteremo di non ripetere.

Perdonare sé stessi è la parte più difficile, perché ammettere di essersi comportati in maniera inadeguata e di aver commesso errori mostra l’insicurezza delle nostre anime. Tra le poche certezze che abbiamo, c’è spesso il fatto di aver chiaro il proprio progetto di vita, la propria linea guida nei confronti dei problemi del presente, del futuro e di come abbiamo risolto quelli del passato. L’ammissione di un errore è il primo passo verso l’identificazione di un problema, e il problema stesso è la causa di un eventuale rimorso, con senso di colpa. Come perdonarsi quando sembra che tutto spinga a non farlo? Quando tutto si è posto in una maniera tale da impedirci di vedere qualcosa di positivo nel caos che si è combinato?

Nella migliore delle ipotesi, perdonarsi vuol dire ammettere di non aver avuto altra scelta. Scaricare la colpa sul “destino”. In fondo, la mancanza di possibilità di comportarsi nel migliore dei modi giustifica l’errore.

Oppure si può decidere che, in base agli elementi a disposizione, l’errore era “giustificabile“. La mancanza di una visione chiara è spesso motivo sufficiente di autoassoluzione.

Ma quando c’erano molte scelte e chiaramente poste di fronte al nostro libero arbitrio? Ecco, perdonarsi in queste condizioni è un vero atto di coraggio e saggezza. O di incoscienza. L’ammissione dell’errore quando esso sarebbe stato facilmente evitabile è formativo, oltre che molto difficile da ottenere.

La domanda che resta è: ci si perdona mai, del tutto, per gli errori più gravi o che hanno condizionato fortemente la nostra vita?

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Viaggiare nel Rimorso – Prima Parte

Il Rimorso di Oreste

Il Rimorso di Oreste

Che cos’è il rimorso? Secondo Wikipedia, fonte senza dubbio non autorevole ma abbastanza attendibile, “Il rimorso è un’emozione sperimentata da chi ritiene di aver tenuto azioni o comportamenti contrari al proprio codice morale. Il rimorso produce il senso di colpa.

Contestualizziamo e riflettiamo. Torniamo dunque a chiederci: che cos’è il rimorso? Il rimorso è quella sensazione sgradevole che si prova quando si ritiene di non aver avuto il miglior comportamento possibile. Quando si pensa che si sarebbe potuto fare di più, o diversamente, ma non lo si è fatto per varie ragioni. Il rimorso è il sentimento che si prova quando si trova un chiaro colpevole: sé stessi.

Il rimorso non deriva solo da quello che si è fatto, ma anche da quello che non si è fatto. Il rimorso di una mancanza è diverso da quello di un’azione sbagliata. In entrambi i casi, accusiamo noi stessi. In certi casi, possiamo arrivare addirittura a provare vergogna, quando abbiamo davvero esagerato. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, per quale motivo si continua a sbagliare?

Sbagliare, spesso, non dipende strettamente dalle nostre intenzioni. Si può sbagliare “per sbaglio” (non è un gioco di parole, il senso è chiaro) oppure per necessità. Ci si può trovare costretti a compiere delle azioni di cui non andremo fieri (anche per tutta la vita) e che comunque ci fanno già vergognare nel momento esatto in cui le commettiamo, ma non possiamo esimerci. Siamo obbligati a sbagliare e, di rimando, siamo indotti ad un futuro stato di rimorso.

Il rimorso è dunque un’emozione dalla quale nessuno, o quasi, può fuggire.

Come si può, dunque, viaggiare nel rimorso? E per quale motivo si dovrebbe voler viaggiare all’interno di una emozione tanto negativa quanto incancellabile?

Per crescere. Per ammettere di poter sbagliare, di aver superato il limite. O per cercare di assolversi, di sopire quel senso di colpa che non ci lascia in pace. Il saggio prova rimorso, ma riesce a metterlo da parte ed andare avanti. Chi non riesce a sopravvivere con tale fardello, ne sarà condizionato.

Viaggiare nel rimorso serve ad imparare. E ad usare i propri errori come base per un miglioramento. Nessuno accetta volentieri critiche esterne, ancor meno quelle interne. Se dunque riusciamo ad ammettere di aver sbagliato, siamo già sulla buona strada per un futuro migliore. Per imparare qualcosa. Per ricordare che siamo vivi, umani, fallibili, fallaci.

Il rimorso è il modo in cui ci puniamo per i nostri errori. E viaggiare in esso vuol dire imparare, accettare, abbassare la testa e ammettere di aver sbagliato. E gli sbagli sono concause del nostro futuro.

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