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Lettera che non leggerai

LetteraCiao, sono Io.

Lo so, non ti aspettavi una mia lettera dopo così tanto tempo, dopo lunghi silenzi e attese. Eppure io scrivo lo stesso, pur sapendo che questa lettera, tu, non la leggerai mai. Perché scrivere, allora? Per la stessa ragione per cui si sogna, per lo stesso motivo per cui si pensa, perché c’è ancora qualcosa da dire. E no, non è un modo di avere l’ultima parola, ma è un modo di salutarsi, il modo in cui non siamo riusciti a farlo parlandoci. L’ultima volta piangevamo entrambi, in una surreale telefonata dai connotati molto strani. Sembrava un incubo, un incubo che, non te l’ho mai detto, avevo già avuto, in passato. Uno di quei deja-vu molto forti, che ho focalizzato solo nel momento esatto in cui stavo vivendo quella specifica situazione, in quella specifica stanza, in quello specifico istante. Una telefonata che non avrebbe dovuto lasciare speranze, a tratti cruda e troppo netta, ma necessaria.

Avevo già mostrato le mie perplessità da mesi – in più posti e occasioni – eppure non sembravi coglierle. Non riuscivi a focalizzare che davvero ciò sarebbe potuto accadere. Ti confesso che non lo avrei mai immaginato neppure io, fino a quel momento. Eppure avevo iniziato a preparare un po’ tutti all’idea, conscio che ciò sarebbe potuto accadere. Nessuno mi aveva davvero preso sul serio. Neanche tu. Soprattutto tu. Eppure i segnali c’erano tutti, e si erano accumulati nei mesi, forse negli anni, senza aver riscontro su qualcosa. Avresti voluto qualche urlo in più, probabilmente delle prese di posizione più forti. Eppure dopo tutti questi anni avresti dovuto conoscermi, sapere che non lo avrei mai fatto. Sapevi che le tue esigenze venivano sempre prima delle mie, e che quando si supera il limite non mi metto ad urlare, ma tacitamente gestisco la situazione. Eppure non l’hai capito.

Dentro di me c’è spazio solo per i bei ricordi e i bei momenti – quanti ne abbiamo avuti! – mentre, anno dopo anno, le brutte esperienze e i momenti più cupi se ne stanno tacitamente andando. Chissà, forse è una difesa naturale dell’essere umano: allontanare il dolore serve a permettere di affrontare meglio il futuro, meno spaventati dai possibili risvolti negativi. Ogni tanto sbuca un video, una foto, un ricordo chiuso in un cassetto ancora pieno, e tornano alla mente i momenti ad esso legati. Un biglietto di un treno, una ricevuta di noleggio auto, un souvenir, un pezzo di carta con un appunto sopra, uno scontrino ormai sbiadito. I bei ricordi, invece, non sbiadiscono, prendendo le tinte naif dei tempi andati, quelli che sembrano sempre belli proprio perché passati e legati indissolubilmente a qualcosa di iniziato, vissuto, concluso. Collocato nel tempo e nello spazio, in un cassetto della memoria che, ormai, non ha più spazio per altro.

Ogni tanto, di sera, chiudo gli occhi e penso. Lampi affiorano dal passato, veloci come fulmini e dolorosi come delle fucilate. E ricordo, per fortuna per poco, anche le offese e le umiliazioni. Passare la giornata nel tentativo di compiacerti, sapendo che non sarebbe stato mai abbastanza. Vedere bei momenti rovinati da un dettaglio, come l’impugnatura di una forchetta, e sentirti dire che provavi vergogna nel farti vedere in mia compagnia. Dopo tanti anni e tante avventure, dopo aver raggiunto una certa posizione umana, professionale e anche economica. Potevo essere a tavola con importanti dirigenti, conversando amabilmente, ma non ero abbastanza per te? Meritavo il rispetto da mezz’Europa, ma non da te? Da dove veniva tutto questo astio? Non l’ho mai capito e non credo lo capirò mai. D’altronde fa tutto parte del passato, ormai, e a volte certi elementi del passato vanno chiusi in un cassetto e mai più tirati fuori. Causano solo dolore. Eppure ogni tanto tutto ciò riaffiora, e mi chiedo perché mi facevi tutto ciò, che vantaggio ne avevi. Io conosco bene il motivo per cui io sopportavo in silenzio tutto questo. E tu lo hai sempre saputo. Forse è per questo che lo facevi, sapevi di poterlo fare anche se mi avrebbe fatto male. Eppure lo facevi. Sempre più spesso. Con sempre maggior crudeltà. Ed è stata proprio l’ultima di queste torture a farmi prendere la decisione finale, quella che non immaginavi sarebbe mai partita da me. Dopo tanti anni, avresti dovuto saperlo: quando prendo una decisione, dolorosa e ardua che sia, la porto fino in fondo. E l’ho fatto per il bene di entrambi, visto che la tua vita era, a tuo dire, un inferno a causa mia. Eppure quel giorno, al telefono, mi hai implorato di cambiare idea. Le cose non sarebbero cambiate. Noi non saremmo cambiati.

Eppure c’era un tempo in cui bastava stendersi a guardare un cartone animato, di Domenica pomeriggio, e addormentarsi per renderlo un giorno speciale. Oppure andare a far la spesa in motorino, in due e con quintali di roba persa lungo la strada, per ridere e sentirsi grandi. Bastava andare nel piccolo e vecchio cinema sperduto nel centro, spendendo l’equivalente di una pizzetta al taglio e senza stare troppo a pensare quale fosse il film, per risolvere al meglio una serata. O fare delle foto stupide in casa e sentirsi vivi e allegri. C’erano anche allora dei problemi, c’erano anche allora le fucilate, ma come vedi il tempo le ha allontanate, affievolite, scolorite come le pagine di una rivista che resta troppo a lungo sotto il sole estivo. Le canzoni cantate sulla sella del motorino in una grigia e trafficata città che ci ospitava e non ci piaceva, invece, resteranno impresse nella mente e nel cuore per sempre.

Quando ho riaperto il cassetto con le tue cose per metterle via, dopo anni, ho sentito di nuovo i profumi e visto i colori del passato. Ho versato lacrime perché aprire quel cassetto significava chiudere per sempre con quegli oggetti e gli oggetti, in un certo modo, sono appigli dei ricordi stessi. Non solo la vista, ma anche udito e olfatto contribuiscono (forse anche di più) alla ricostruzione di un ricordo.

Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso di tutto. Momenti belli e situazioni inenarrabili, assolutamente fuori da qualunque logica. Abbiamo vissuto insieme ciò che nessuno dovrebbe mai vivere nella sua vita. Solo ora, a distanza e dopo anni, comincio a capire l’entità di ciò che è avvenuto. Eppure hai sempre voluto mantenere una certa distanza psicologica da me. Da tutti. Hai sempre avuto un muro davanti, che abbassavi solo quando davvero non ce la facevi più. Molti pensavano avessi il gelo nel sangue e i tuoi comportamenti lo mostravano di giorno in giorno.

Eppure io sapevo che questa era la tua difesa, il tuo modo di porti di fronte al mondo. Che la tua forza era in realtà la tua debolezza, una fuga da tutto il mondo. Chissà, forse non ho saputo cogliere questo dettaglio e sostenerti nel modo in cui avrei dovuto, oppure semplicemente essere più forte e guidarti verso una maggior serenità. Non lo sapremo mai, non lo saprò mai. Ormai è tutto nel passato.

Ti auguro una buona vita, fatta di serenità e gioia. Spero che, col tempo passato e quello che passerà, saprai mettere in ordine il passato per costruirti un futuro migliore. Ho sofferto tanto e per tanti anni, eppure non ho mai voluto il tuo male.

Addio.

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Pensieri notturni

notteEstate. Notte. Anche se non ancora “da calendario”, il tepore già avvolge le serate. Quell’aria tipica dei tramonti estivi, delle notti brave, di quando la natura, invece che addormentarsi, passa la palla a tutti gli animali notturni che, rinfrancati dal caldo, girano e cantano come fosse giorno.

Di notte, d’estate, c’è un fascino particolare. Sentire la brezza tiepida che sfiora il tuo viso, quel che resta del caldo del giorno e non ancora il fresco dell’alba, l’aria di un nuovo mattino. Il silenzio viene rotto dai grilli. Il sonno è leggero, la voglia di stare all’aria aperta supera qualunque stanchezza.

Ed è proprio d’estate che vien voglia, in certi momenti, di restare soli ad ammirare il cielo. E lo riscopriamo pieno di stelle, avvolto nella scura coperta della notte, eppure così affascinante, così grande, così immenso.

Se il periodo è giusto, la luna svetta e illumina tutto, dando quel tocco ancor più surreale al panorama. Partono i pensieri. Partono le riflessioni. Facciamo esami di coscienza, fantastichiamo, sogniamo.

Chissà chi c’è, sotto questo stesso cielo. Chissà chi, in questo istante, è illuminato da questa stessa luna. Chissà quante persone incontrerò nella mia vita, quante stanno guardando questo stesso spettacolo e facendo i miei stessi pensieri, quante di essere mi cambieranno l’esistenza.

Chi è solo, penserà alla persona che, sotto questa stessa luna, prima o poi incontrerà. Ma tutti, almeno per un istante, penseremo a qualcuno che, nella nostra vita, è passato e non c’è più. E partono i ricordi, e partono i pensieri. Spesso partirà anche quella vena di nostalgia, perché tutto ciò che è passato, prima o poi, scaturisce un certo struggimento nostalgico.

Pensiamo a quanto abbiamo vissuto, a quanto abbiamo ancora da vivere. A quante volte abbiamo visto questo stesso cielo, quante volte abbiamo visto questa stessa luna e quante volte, nella nostra vita, abbiamo avuto questi stessi pensieri, queste stesse riflessioni, queste stesse elucubrazioni.

Pensiamo agli anni trascorsi e ormai finiti, alle fasi della nostra vita che, senza rendercene neanche conto, sono passate, terminate e che non torneranno più. Ricordiamo. Piangiamo. Ridiamo. Ci facciamo promesse, prima di andare a letto.

L’alba, la meravigliosa alba, romperà la magia di questa notte. Una notte finita, una notte come tante ma una notte che non tornerà più. Mai più uguale, mai più la stessa. Come le tante notti che, sotto lo stesso cielo e sotto le stesse stelle, abbiamo vissuto, soli o con qualcuno, nell’arco della nostra vita.

L’alba ci riporterà alla routine, alla quotidianità, agli impegni, e alle preoccupazioni, alla serietà e alla concretezza. Ma di notte, oh sì, di notte siamo liberi di viaggiare con la mente, come gatti randagi in una sterminata landa da esplorare. Siamo liberi di ridere, piangere, pentirci. Siamo liberi di parlare con noi stessi, con la nostra anima, col nostro cuore. Di notte vediamo noi stessi, perché siamo meno distratti dal mondo esterno. Siamo liberi di essere. Liberi di essere umani. Liberi di provare emozioni.

Vivi.

E mentre guardo un cielo stellato, auguro una buona notte a tutti. Ovunque voi siate e qualunque cosa voi stiate facendo.

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Viaggiare nella Delusione

DelusioneLa delusione è uno dei sentimenti più brutti che si possano provare. Uccide la fiducia, svilisce la speranza, spegne l’anima, disillude. La delusione è una lama che trafigge il cuore, scotta le carni, ferisce gli occhi, spezza le ossa. La delusione ci rende insicuri.

Tutti, prima o poi, ci deluderanno. Genitori, figli, amici, così come mogli o mariti. È parte dell’essere umano, è parte della normale differenza tra le aspettative che, ognuno di noi, ha nei confronti dell’altro. La domanda fondamentale è, quando ciò accade: possiamo sostenere questa delusione? Possiamo lasciarla scorrere via, come fossero lacrime su una pelle ancora liscia e pulita, e passare oltre? E, così come dopo un pianto di delusione, possiamo trovare di nuovo il sorriso che può spingerci, senza troppi strascichi, a superare il tutto?

Se la risposta è semplicemente sì, vale la pena guardare avanti. A volte, purtroppo, il dolore è troppo grande per poter essere messo via e dimenticato. La delusione è un tradimento della fiducia, forse uno dei più gravi. La delusione è la distruzione delle aspettative, è il riconoscere di aver sbagliato a riporre fiducia. La delusione è rabbia. La delusione è umiliazione.

La delusione è dolore. IL dolore.

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Il Ricordo o Viaggiare dopo la fine di una Relazione

Fine di una relazioneDopo la fine di una relazione, un turbine di sensazioni e pensieri si scatena all’interno della mente. Le reazioni possono essere variegate. C’è chi si sente finalmente libero e si dà alla pazza gioia, chi invece si mette in religioso silenzio meditativo. C’è chi pensa a come si possa recuperare la situazione, chi inizia a riflettere sul “se avessi fatto in questo modo…“.
Nel complesso, la fine di una relazione scatena delle emozioni forti. Positive o negative che siano, anche una relazione spenta e ormai logorata lascia qualcosa. Esperienza, maturità, ma spesso anche sfiducia nel futuro o nel prossimo.

Nessuno resta senza ammaccature. Anche chi decide di chiudere la relazione ha comunque un lungo e doloroso strascico da buttarsi alle spalle e di solito più la relazione è stata lunga (anche se sofferta), più lo strascico è lungo. Pensieri si rincorrono e pur coscienti del fatto che è giusto che sia andata così, si viaggia nei ricordi e si torna a momenti passati, a luoghi legati a qualcosa di specifico, a situazioni particolari. “Lo scorso anno, in questo giorno, ero in quel luogo e stavo facendo questa specifica cosa“.

Cosa accade, dunque, dopo la fine di una relazione? Alcuni si sentono subito pronti per una nuova avventura, altri devono prima leccarsi le ferite. E il tempo per farle rimarginare può essere particolarmente lungo. Sia chi lascia che chi è lasciato dovrà fare i conti con la propria mente, le proprie colpe, i propri dubbi, i propri rimorsi. Nessuno ne esce del tutto indenne. Qualcosa resterà a vita. Quanto grande? Solo il tempo potrà dirlo.
La cosa più sbagliata è continuare a ricordare, tornare indietro con la mente e indugiare a guardare avanti. Rimanere legati ad un mondo che non ci appartiene più e ad una vita che ci siamo lasciati alle spalle non ci aiuterà ad accettare la nuova condizione, ma a guardare sotto una luce diversa, spesso sbagliata, la precedente.

Nella vita si dovrebbe sempre guardare avanti, voltandosi solo quanto questo può aiutare ad interpretare meglio il futuro. Eppure spesso il ricordo di qualcosa che non si avrà più è più dolce del momento stesso, e il ricordo si tinge di colori più sereni, più belli, più allegri. A volte non sopraggiunge nostalgia, ma una presa di coscienza molto forte: la vita è un costante mutamento all’interno del quale, come attori o spettatori, ci muoviamo senza conoscerne la parte.

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L’Addio ovvero Viaggiare nella fine di una Relazione

Fine di una RelazioneC’è un preciso momento: uno, unico e identificabile, in cui finisce una relazione. È come un interruttore che si preme e in un istante cambia tutto. Magari ci sono dietro periodi più lunghi di riflessione, di pensiero, di valutazione. Periodi di confusione, di idee, di incertezze e di rimpianti, c’è però un momento, unico e distinguibile, in cui avviene la presa di coscienza.

Spesso le relazioni non finiscono per un motivo, ma per una serie di ragioni. Relazionarsi vuol dire tollerare e impegnarsi, imparare e insegnare, vivere e lasciar vivere, per cui sarebbe estremamente riduttivo pensare che un unico evento, un’unica situazione o un singolo momento possano compromettere tutto. Uno dei due preme l’interruttore. Commettendo un fatto, prendendo una decisione, comportandosi in un modo specifico ma, di fatto, uno dei due preme il fatidico interruttore che decreta la fine di una Relazione.

Lunga o breve, passionale o fredda, almeno uno dei due saprà riconoscere quel singolo istante. Cosa è accaduto, come ci si è sentiti, cosa ha portato a tutto quello. A volte la “bomba” esplode dopo la pressione dell’interruttore. Il momento cruciale viene riconosciuto mentre i suoi effetti saranno successivi. Ma c’è un unico, inconfondibile, inevitabile istante in cui la relazione è intimamente finita. Si decide che una specifica azione, uno specifico comportamento, una particolare omissione, diventa il simbolo del termine dell’impegno profuso. Lo si accetta.

Cosa porta alla fine di una relazione? Milioni di motivi, ma di fatto uno: la mancanza di fiducia nei confronti del futuro. Non della persona, non di sé stessi, ma del futuro insieme. Una relazione è compromesso, una relazione è impegno, una relazione è una scommessa e un investimento. La relazione non è sempre rose e fiori, e si devono ingoiare dei bocconi amari,  si deve pensare con due teste, si deve rispondere ad un’altra persona sul nostro operato. Di fronte a qualunque decisione, quindi, si deve ragionare per due, affrontando sempre le conseguenze di qualsiasi decisione.

La Relazione finisce quando tutto questo non avviene più. Quando si pensa “lo faccio, in barba alle conseguenze“. Quando il noi torna ad essere un io. Quando si decide che nessuno sforzo sia più necessario, che tutto è inutile e che, prima o poi, si chiuderà tutto. Si prende coscienza della cosa come se si comprendesse, di colpo, che non vale la pena andare ulteriormente avanti. Tutto questo avviene in uno specifico, riconoscibile istante. 

La Relazione si chiude in un istante. Ma cosa avviene, poi?

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Viaggiare nella Sofferenza

SofferenzaLa Sofferenza. Uno stato fisico, uno stato mentale. Uno stato fisico e mentale, oppure uno stato mentale che può trasformarsi in uno stato fisico.
A volte, la Sofferenza è legata a dei ricordi. Ricordare provoca sofferenza, oppure ricordare la sofferenza passata aiuta a guardare avanti in un modo più adatto, più consono. Soffrire vuol dire vivere una condizione negativa, di dolore (fisico o psicologico) e la natura umana spinge ad allontanarsi dal dolore. Ma allora, perché viaggiare nella sofferenza?

Spesso vogliamo soffrire. Creiamo appositamente dei pensieri, iniziamo a ricordare fatti o persone che causano un disagio psicologico. Perché lo facciamo? Masochismo? Forse. O forse vogliamo solo tornare in uno stato mentale e, in qualche maniera, cercare di comprenderne cause e conseguenze, adattarci, cercare di convivere con questa situazione di disagio, ovvero accettare la sofferenza per smettere di soffrire.

Ci sono situazioni, nella vita, che causano sensi di colpa, rimorsi, momenti di difficoltà. Vengono archiviate nei ricordi così come sono, a volte senza rielaborarle per nulla, quasi per non doverle affrontare. Non ancora. Il risultato è che i ricordi di certi fatti provocano questo forte senso di sofferenza e disagio. Affrontarli significa soffrire, ma allo stesso tempo finché non li abbiamo esorcizzati, proveremo sofferenza ogni volta che ci penseremo.

Viaggiare nella Sofferenza significa, dunque, cercare di accettarla oppure punirsi. In entrambi i casi, non possiamo esimerci e solo gli stolti riescono a non provare alcun tipo di fastidio quando viaggiano mentalmente in qualcosa di poco sereno.

Tutti soffriamo, prima o poi. E tutti accumuliamo ricordi che causano sofferenza, sia per ciò che abbiamo fatto che per ciò che non abbiamo fatto, oppure per qualcosa che è capitato e non è stato possibile evitare.

Viaggiare nella propria sofferenza significa istruirsi su sé stessi. Il problema è quando la sofferenza la si è causata ad altri, ma ne parleremo in un prossimo viaggio.

 

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Viaggiare e non Arrivare da Nessuna Parte

 

LoopQuesto articolo non è propriamente di riflessione, ma di sfogo. A volte si perde l’oggettività, si smette di voler pensare, ci si stanca di riflette, non si ha l’energia di mantenere la calma interiore. A volte si vuole solo urlare, sfogarsi. Ci si trova incastrati, ingabbiati, imprigionati. A volte sembra che la soluzione non sia raggiungibile.

Viaggiare vuol dire mettersi in moto, fisicamente o psicologicamente. Un viaggio prevede un punto di partenza e un punto di arrivo. Ma a volte, nella vita, anche il viaggio più lungo, più estenuante, più coraggioso e più doloroso non porta da nessuna parte.

Ci sono delle fasi, nella vita, in cui ti trovi ad intraprendere viaggi indispensabili (o per lo meno presunti tali) e dai quali non puoi esimerti. Magari perché ritieni che ci siano delle importanti decisioni da prendere, perché sai che non puoi fare altrimenti o perché ritieni opportuno farlo.

A volte sono viaggi lunghi, lunghissimi. Ci vogliono anni, a volte decenni, e cerchi di trovare la soluzione migliore. Magari ce l’hai a portata di mano e credi di averla trovata, magari vedi il punto di arrivo e ritieni, ormai, di aver raggiunto l’obiettivo finale. Poi, di colpo, ti capaciti di una cosa: hai agito, hai sofferto, hai preso decisioni importanti, hai tenuto comportamenti consoni, mantenendo anche una coerenza invidiabile, hai imposto a tutti, anche a te, un atteggiamento adeguato, degno di tal nome, hai mostrato correttezza e credi di aver seminato bene.

Poi ti ritrovi, dopo anni di viaggio, sullo stesso letto, nella stessa posizione, in una fredda e umida giornata tardo-autunnale/invernale, a piangere. Senza che nessuno al mondo possa vederti, senza che nessuno al mondo possa sospettare nulla. Perché poi, finito lo sfogo, indosserai di nuovo il tuo miglior sorriso, la tua espressione serena, il tuo carisma, la tua sicurezza e ti mostrerai di nuovo al mondo. Imperturbabile. Apparentemente felice. Visibilmente sorridente. Da scaturire l’invidia del mondo.

Dopo un viaggio infinito, tutto resta come prima. Stesse lacrime, stesse sensazioni, stesso senso di solitudine, stessa espressione da Actor’s Studio (falsa, ma convincente), stesso vuoto interiore. La domanda dunque diventa: a cosa è servito questo Viaggio?

E ci si ferma a riflettere, ancora con gli occhi lucidi, su ciò che si è riusciti ad ottenere e ciò a cui si è stati costretti a rinunciare. E che la felicità, forse, è solo una breve parentesi in un infinito mare di lacrime.

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