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Riflessioni

Viaggiare nella Sofferenza

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SofferenzaLa Sofferenza. Uno stato fisico, uno stato mentale. Uno stato fisico e mentale, oppure uno stato mentale che può trasformarsi in uno stato fisico.
A volte, la Sofferenza è legata a dei ricordi. Ricordare provoca sofferenza, oppure ricordare la sofferenza passata aiuta a guardare avanti in un modo più adatto, più consono. Soffrire vuol dire vivere una condizione negativa, di dolore (fisico o psicologico) e la natura umana spinge ad allontanarsi dal dolore. Ma allora, perché viaggiare nella sofferenza?

Spesso vogliamo soffrire. Creiamo appositamente dei pensieri, iniziamo a ricordare fatti o persone che causano un disagio psicologico. Perché lo facciamo? Masochismo? Forse. O forse vogliamo solo tornare in uno stato mentale e, in qualche maniera, cercare di comprenderne cause e conseguenze, adattarci, cercare di convivere con questa situazione di disagio, ovvero accettare la sofferenza per smettere di soffrire.

Ci sono situazioni, nella vita, che causano sensi di colpa, rimorsi, momenti di difficoltà. Vengono archiviate nei ricordi così come sono, a volte senza rielaborarle per nulla, quasi per non doverle affrontare. Non ancora. Il risultato è che i ricordi di certi fatti provocano questo forte senso di sofferenza e disagio. Affrontarli significa soffrire, ma allo stesso tempo finché non li abbiamo esorcizzati, proveremo sofferenza ogni volta che ci penseremo.

Viaggiare nella Sofferenza significa, dunque, cercare di accettarla oppure punirsi. In entrambi i casi, non possiamo esimerci e solo gli stolti riescono a non provare alcun tipo di fastidio quando viaggiano mentalmente in qualcosa di poco sereno.

Tutti soffriamo, prima o poi. E tutti accumuliamo ricordi che causano sofferenza, sia per ciò che abbiamo fatto che per ciò che non abbiamo fatto, oppure per qualcosa che è capitato e non è stato possibile evitare.

Viaggiare nella propria sofferenza significa istruirsi su sé stessi. Il problema è quando la sofferenza la si è causata ad altri, ma ne parleremo in un prossimo viaggio.

 

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Riflessioni

Viaggiare in quel che resta

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Cosa restaQuando qualcosa finisce, si fanno dei conti. Si cerca di fare un bilancio finale, di capire cosa si è fatto di buono, cosa si è sbagliato. Cosa resta e cosa va cancellato. Ciò che se ne è andato e ciò che invece deve essere tenuto vicino, costantemente a portata di mente. E questo vale per qualunque cosa.

Quel che resta, infatti, è principalmente una serie di ricordi. Essi, positivi o negativi, possono influire sia nella gestione futura della vita, delle cose, della propria esistenza in generale, ma anche nella percezione che abbiamo dei ricordi legati a ciò che è terminato. I ricordi sono spesso infatti condizionati dallo stato d’animo di chi ricorda, e la stessa situazione può essere analizzata e giudicata in maniera molto differente da persone diverse.

A volte quel che resta sono sensazioni più che parole, sentimenti più che gesti, aspettative non soddisfatte più che gratificazioni, e il risultato è che bisogna sempre ricordare che alla fine di tutto, di qualunque cosa, quel che resta va tenuto stretto, va utilizzato per fare maggior esperienza, per non sbagliare di nuovo dove si è sbagliato, per non farsi trattare di nuovo in maniera inaccettabile, se ciò è avvenuto.

E cosa resta, dunque, alla fine di ogni cosa? Esperienza, memorie, ricordi e sensazioni. A volte, quel che resta è qualcosa di difficile da comprendere. Si apre un cassetto e si vedono degli oggetti, si riproduce un vecchio filmato e si riprovano sensazioni. Lo scorrere del tempo è inesorabile, il flusso della vita è inarrestabile (fino alla morte, ovviamente), tutto cambia, tutto si trasforma.

E apri un cassetto e vedi ciò che, anni prima, vi è stato collocato con sogni, speranze, pensieri e sensazioni positive e che oggi non è altro che la testimonianza di un fallimento. E la tristezza assale, insieme alla consapevolezza che, forse, non sarebbe potuto mai andare diversamente. Perché la vita è la prima cosa che finisce, per cui tutto, in un modo o nell’altro, terminerà. Prima o poi.

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Riflessioni

Viaggiare: chi parte, chi resta

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Partire
Partire

Il Viaggio. Viaggiare vuol dire  spostarsi da un luogo di partenza a un altro, di solito distante dal primo. Partire. Viaggiare, dunque, vuol dire mettersi in moto, fisicamente o mentalmente, e mettersi in gioco. Viaggiare vuol dire mettersi in discussione, sfidare sé stessi, misurare le proprie capacità intellettive e di adattamento. D’altronde c’è una netta distinzione tra turista e viaggiatore, ma ne parleremo in futuro.

Viaggiare può prevedere vari soggetti, vari luoghi, varie ragioni ma fondamentalmente il viaggiatore è un singolo individuo (che può viaggiare anche in compagnia, beninteso) che andrà  a misurare la sua vita, i suoi paradigmi, i suoi criteri e le sue convinzioni con qualcosa di nuovo, diverso, inizialmente indistinguibile nelle miriadi di sfaccettature.

Anche il viaggio di ritorno o un viaggio di routine, per quanto possano essere abituali e noti, sono comunque delle avventure. Possono esserci situazioni impreviste, difficoltà nuove, mille ragioni di dubbio, tensione, incertezza. Ci si confronta sempre con qualcosa di nuovo, quando si viaggia. E questo è il principale fascino del viaggiare.

Chi viaggia molto sa bene che, spesso, il viaggio (nelle sue fasi: preparazione, esecuzione, ecc.) è più interessante del resto del soggiorno. Perché viaggiare vuol dire esplorare, e l’esplorazione inizia nell’istante esatto in cui il viaggio viene pianificato. E questo significa che, di solito, chi parte soffre meno di chi resta.

Spesso viaggiare coinvolge più soggetti, non tutti partecipi al viaggio stesso. Chi parte ha una posizione completamente diversa. In qualche modo, cambia ambiente, ha la mente impegnata, conseguentemente soffre meno (se c’è una parte di sofferenza) il distacco. Chi resta, invece, ritrova il vuoto lasciato da chi è appena partito. Rivedere gli stessi luoghi, effettuare le stesse cose, ritrovare intorno gli oggetti personali, mette chiaramente in luce l’assenza di chi è partito.

Soffre più chi resta di chi parte. Perché chi parte ha qualcosa per cui muoversi, chi resta ha solo il vuoto da sopportare. Poi ci si abitua. Ma non ci si abitua mai a quella sensazione di distacco e, appunto, di solitudine che prova chi si ritrova di colpo solo.

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Poesie

Il Cassetto dei Ricordi

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Apro il cassetto e torno nel passato.
Non trovo le tue cose, trovo te, trovo noi, 
trovo i ricordi di una vita insieme.

Trovo i sogni e le speranze,
un pigiama che avevo ormai dimenticato.
Trovo un mondo ormai superato.

Vedo il colore dei nostri progetti,
sento il profumo delle nostre speranze,
il sapore dei nostri sogni.

Prendo senza guardare, metto via senza riflettere,
tutto ciò che negli anni era così familiare e da ora diventerà estraneo.
Sigillato in un mondo di ricordi. 
Parte di una vita passata. Parte di una vita mai dimenticata.

E chiudo gli occhi e torno indietro,
l'amarezza mi assale e mi chiedo come, quando e perché
non abbiamo più capito dove andare, insieme.

Chiudo la scatola, il cassetto è vuoto,
e una lacrima scende al pensiero che non vedrò mai più quelle cose,
a cui negli anni mi ero tanto affezionato.

Non ne sentirò più l'odore, non saranno più parte della mia vita,
relegate nella mente, nel cuore, nell'anima,
relegate nell'oblio.

Chiudo gli occhi lucidi, nel dolore di un Addio.