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La percezione del Tempo

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Il Tempo
Il Tempo

Il Tempo. Tutto ciò che sappiamo è che scorre, inesorabilmente. Ciò che spesso non capiamo è il motivo per cui ne abbiamo una percezione diversa in base ai momenti e all’età.

Da giovanissimi, un anno sembra una vita. Il tempo sembra non passare mai. Probabilmente a causa della quantità di nuove esperienze che si fanno, forse perché si vive la vita con più “trasporto” (inteso come sogni, speranze, ambizioni). Crescendo, alcuni sogni iniziano a diventare utopie o si trasformano in realtà, sfatando sotto certi aspetti quell’aura di mito irraggingibile che li contraddistingueva; le speranze mutano sulla base dei problemi e del presente. Le ambizioni? Dipende.

Oppure la percezione del tempo muta sulla base del quantitativo di vita già trascorso? Paragonare il presente ad un breve passato rende lungo l’attuale, paragonare un anno a moltissimi già trascorsi è più indicativo sulla contrazione che la nostra mente ha di esso. D’altronde, se abbiamo memoria di pochi eventi in un quantitativo elevato di tempo, esso sembrerà essere trascorso in un lampo.

Del resto, la vita è come un anno: inizia con l’euforia di qualcosa di nuovo, in una stagione ancora fredda e poco produttiva. Poi arriva il periodo caldo, quello in cui si vuol fare di tutto, si hanno mille energie, c’è voglia di fare e di tenersi vivi e in moto. Giunge poi la fase del calo: cadono le foglie, ma c’è ancora sostenibilità e qualche sprazzo di vitalità giovanile. Giunge poi la parte finale, quella del bilancio. Ciò che si è fatto, è parte del passato (o, nel migliore dei casi, del presente). Ciò che non si è ottenuto, è ormai tardi per realizzarlo pienamente. Il declino è inevitabile, la fine certa. Il freddo è tornato. L’anno, come la vita, sono ormai agli sgoccioli. Il tempo a disposizione è ormai finito.

Bisogna vivere il presente, ricordando il passato e facendone tesoro per il futuro. E quando il presente è oscuro, possiamo sempre chiudere gli occhi e viaggiare nei ricordi.

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Riflessioni

Trent’anni

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“Io mi divertivo ad avere trent’anni, io me li bevevo come un liquore i trent’anni. Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatre, i trentaquattro, i trentacinque!Sono stupendi perche’ sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, e non è cominciata la malinconia d…el declino.Perchè siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna.E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi.Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. E’ viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi.Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…”

Oriana Fallaci

(gentilmente copiato e incollato, non ricordandone il testo esatto)

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Viaggiare nel Perdono

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Il ritorno del Figliol Prodigo - Il Perdono
Il ritorno del Figliol Prodigo – Il Perdono

Cos’è il Perdono? È un atto di forza. Dare colpe a qualcuno è semplice, provare risentimento è naturale, sentirsi feriti o offesi è comune, eppure tutto questo può essere cancellato. Il Perdono è un colpo di spugna, un gesto che mette in luce la volontà di soprassedere, di dimenticare o più semplicemente di accettare un errore. Perché tutti sbagliamo e ammetterlo è la prima fase che può portare verso un atto di perdono.

Molte religioni si basano su di esso, molti insegnamenti filosofici girano intorno al concetto della cessazione del risentimento, ma ciò su cui vogliamo focalizzarci oggi è un altro ambito: il perdono di sé stessi.

Il rimorso può spingere ad un forte senso di colpa nei propri confronti. Perdonarci vuol dire accettare i nostri errori e ammettere che essi siano in qualche modo stati parte di una specifica condizione, o frutto di una serie di errori che tenteremo di non ripetere.

Perdonare sé stessi è la parte più difficile, perché ammettere di essersi comportati in maniera inadeguata e di aver commesso errori mostra l’insicurezza delle nostre anime. Tra le poche certezze che abbiamo, c’è spesso il fatto di aver chiaro il proprio progetto di vita, la propria linea guida nei confronti dei problemi del presente, del futuro e di come abbiamo risolto quelli del passato. L’ammissione di un errore è il primo passo verso l’identificazione di un problema, e il problema stesso è la causa di un eventuale rimorso, con senso di colpa. Come perdonarsi quando sembra che tutto spinga a non farlo? Quando tutto si è posto in una maniera tale da impedirci di vedere qualcosa di positivo nel caos che si è combinato?

Nella migliore delle ipotesi, perdonarsi vuol dire ammettere di non aver avuto altra scelta. Scaricare la colpa sul “destino”. In fondo, la mancanza di possibilità di comportarsi nel migliore dei modi giustifica l’errore.

Oppure si può decidere che, in base agli elementi a disposizione, l’errore era “giustificabile“. La mancanza di una visione chiara è spesso motivo sufficiente di autoassoluzione.

Ma quando c’erano molte scelte e chiaramente poste di fronte al nostro libero arbitrio? Ecco, perdonarsi in queste condizioni è un vero atto di coraggio e saggezza. O di incoscienza. L’ammissione dell’errore quando esso sarebbe stato facilmente evitabile è formativo, oltre che molto difficile da ottenere.

La domanda che resta è: ci si perdona mai, del tutto, per gli errori più gravi o che hanno condizionato fortemente la nostra vita?

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Viaggiare nel Rimorso – Prima Parte

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Il Rimorso di Oreste
Il Rimorso di Oreste

Che cos’è il rimorso? Secondo Wikipedia, fonte senza dubbio non autorevole ma abbastanza attendibile, “Il rimorso è un’emozione sperimentata da chi ritiene di aver tenuto azioni o comportamenti contrari al proprio codice morale. Il rimorso produce il senso di colpa.

Contestualizziamo e riflettiamo. Torniamo dunque a chiederci: che cos’è il rimorso? Il rimorso è quella sensazione sgradevole che si prova quando si ritiene di non aver avuto il miglior comportamento possibile. Quando si pensa che si sarebbe potuto fare di più, o diversamente, ma non lo si è fatto per varie ragioni. Il rimorso è il sentimento che si prova quando si trova un chiaro colpevole: sé stessi.

Il rimorso non deriva solo da quello che si è fatto, ma anche da quello che non si è fatto. Il rimorso di una mancanza è diverso da quello di un’azione sbagliata. In entrambi i casi, accusiamo noi stessi. In certi casi, possiamo arrivare addirittura a provare vergogna, quando abbiamo davvero esagerato. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, per quale motivo si continua a sbagliare?

Sbagliare, spesso, non dipende strettamente dalle nostre intenzioni. Si può sbagliare “per sbaglio” (non è un gioco di parole, il senso è chiaro) oppure per necessità. Ci si può trovare costretti a compiere delle azioni di cui non andremo fieri (anche per tutta la vita) e che comunque ci fanno già vergognare nel momento esatto in cui le commettiamo, ma non possiamo esimerci. Siamo obbligati a sbagliare e, di rimando, siamo indotti ad un futuro stato di rimorso.

Il rimorso è dunque un’emozione dalla quale nessuno, o quasi, può fuggire.

Come si può, dunque, viaggiare nel rimorso? E per quale motivo si dovrebbe voler viaggiare all’interno di una emozione tanto negativa quanto incancellabile?

Per crescere. Per ammettere di poter sbagliare, di aver superato il limite. O per cercare di assolversi, di sopire quel senso di colpa che non ci lascia in pace. Il saggio prova rimorso, ma riesce a metterlo da parte ed andare avanti. Chi non riesce a sopravvivere con tale fardello, ne sarà condizionato.

Viaggiare nel rimorso serve ad imparare. E ad usare i propri errori come base per un miglioramento. Nessuno accetta volentieri critiche esterne, ancor meno quelle interne. Se dunque riusciamo ad ammettere di aver sbagliato, siamo già sulla buona strada per un futuro migliore. Per imparare qualcosa. Per ricordare che siamo vivi, umani, fallibili, fallaci.

Il rimorso è il modo in cui ci puniamo per i nostri errori. E viaggiare in esso vuol dire imparare, accettare, abbassare la testa e ammettere di aver sbagliato. E gli sbagli sono concause del nostro futuro.

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Viaggiare nel Passato

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Passato

No, non si sta parlando di un viaggio fisico nel passato, nessuna macchina del tempo. Per i fanatici della fantascienza, questa riflessione sarà senz’altro una delusione. È semplicemente un pensiero che mi assale da tempo.

Ci sono situazioni, nella vita, in cui l’unico modo di rivivere certe sensazioni è viaggiare nel proprio passato. Chiudere gli occhi e pensare, ricordare. D’altronde, cos’è il passato?

Il passato è qualcosa di vissuto. Qualcosa di tangibile solo nei risultati prodotti e nel ricordo che abbiamo di quei momenti. Le sensazioni. I ricordi del passato sono spesso straniati, adattati all’idea che noi abbiamo di ciò che abbiamo vissuto. La nostra mente riesce a fare un’opera meravigliosa, dipingendo le proprie memorie sulla base delle aspettative che ha di esse.

Perché viaggiare nel passato quando si potrebbe vivere il presente? Perché il presente, a volte, è conseguenza ovvia di scelte effettuate. A volte di scelte giuste, ma sappiamo bene che la ragione e il sentimento non vanno sempre di pari passo. Trasferirsi in un nuovo luogo, ad esempio, non vuol sempre dire che il vecchio sia da dimenticare, ma a volte è qualcosa che si fa per una scelta razionale o per necessità. E come tornare indietro, se non con un viaggio nel passato?

La vita è spesso fatta di bivi, di scelte. Alcune sono logiche, altre sono univoche, altre ancora possono lasciare un bagaglio di frasi non dette, situazioni non vissute, tentativi non fatti, amarezza. Nessuno potrà mai permetterci di parlare con una persona che non c’è più (no, non parliamo di sedute spiritiche, per favore), nessuno potrà mai portarci in un luogo che non esiste più, nessuno potrà mai farci vivere qualcosa che non è più consono alla nostra età. E ci sono fasi, nella vita, in cui ci si rende conto di non poter più fare qualcosa, dire qualcosa. A volte, bisogna accettare che è troppo tardi (in barba al famoso detto).

Eppure esiste un modo per tentare di alleviare l’amarezza di tutto ciò: viaggiare nel Passato, tornare a vivere un’esistenza precedente, tornare a fare vecchie riflessioni, guardare il mondo con l’occhio interiore. Come se il tempo si fosse fermato. Come se la vita non fosse andata avanti.

Come se tutto non fosse cambiato.

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Viaggiare nei Ricordi

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Il ricordo. Tutto ciò che resta di qualcosa, di qualcuno, di qualche luogo. Bei ricordi, brutti ricordi. Eppure viaggiamo in essi, di continuo. Il nostro presente è il frutto del nostro passato, e gli eventi ci spingono ad un costante confronto con quest’ultimo. Col risultato che nel presente è sempre vivo il ricordo del passato. Vivere il proprio presente è dunque un po’ viaggiare nel proprio passato.

In ogni istante della nostra vita, possiamo fermarci e ricordare. Ma siamo davvero in grado di viaggiare nei ricordi con la giusta oggettività? Probabilmente no. L’essere umano tende a cancellare le brutte cose ed enfatizzare quelle positive. Molto spesso viviamo momenti che definiamo “mediocri” o “normali” ma che, di fatto, classificheremo come meravigliosi quando faranno parte del nostro bagaglio mnemonico. Perché, questo? Per alcuni, perché manca la capacità di dare il giusto peso alle cose nel momento in cui esse si affacciano nel presente, riuscendo soltanto a migliorarne la visione con l’oggettività dello sguardo verso il passato. Per altri, invece, perché scatta quel meccanismo che tende a positivizzare i ricordi.

Viaggiare nel ricordo del passato è spesso un’arma di difesa. Quando siamo spaventati dal futuro o insoddisfatti del presente, ci rifugiamo nel caro, sicuro passato. E questo viaggio ha una connotazione puramente spirituale in quanto è spesso guidato non dall’oggettività del ricordo stesso, ma dall’immagine che vogliamo avere di quello specifico ricordo. Lo stesso evento, lo stesso luogo, la stessa situazione può essere rimembrata in modi diversi, da vari punti di vista, estremamente positivi o negativi.

Vivi il presente nel miglior modo possibile, perché il presente è un istante in cui il futuro è già passato. Me lo ripeto di continuo. Perché viaggiare in un bel ricordo è quanto di meglio si possa fare quando ormai sappiamo, con certezza, che determinati luoghi, cose o persone saranno ormai vive solo nel nostro passato. Nei nostri ricordi. Ma su questo rifletterò con più calma.