Viaggiare in quel che resta

Cosa restaQuando qualcosa finisce, si fanno dei conti. Si cerca di fare un bilancio finale, di capire cosa si è fatto di buono, cosa si è sbagliato. Cosa resta e cosa va cancellato. Ciò che se ne è andato e ciò che invece deve essere tenuto vicino, costantemente a portata di mente. E questo vale per qualunque cosa.

Quel che resta, infatti, è principalmente una serie di ricordi. Essi, positivi o negativi, possono influire sia nella gestione futura della vita, delle cose, della propria esistenza in generale, ma anche nella percezione che abbiamo dei ricordi legati a ciò che è terminato. I ricordi sono spesso infatti condizionati dallo stato d’animo di chi ricorda, e la stessa situazione può essere analizzata e giudicata in maniera molto differente da persone diverse.

A volte quel che resta sono sensazioni più che parole, sentimenti più che gesti, aspettative non soddisfatte più che gratificazioni, e il risultato è che bisogna sempre ricordare che alla fine di tutto, di qualunque cosa, quel che resta va tenuto stretto, va utilizzato per fare maggior esperienza, per non sbagliare di nuovo dove si è sbagliato, per non farsi trattare di nuovo in maniera inaccettabile, se ciò è avvenuto.

E cosa resta, dunque, alla fine di ogni cosa? Esperienza, memorie, ricordi e sensazioni. A volte, quel che resta è qualcosa di difficile da comprendere. Si apre un cassetto e si vedono degli oggetti, si riproduce un vecchio filmato e si riprovano sensazioni. Lo scorrere del tempo è inesorabile, il flusso della vita è inarrestabile (fino alla morte, ovviamente), tutto cambia, tutto si trasforma.

E apri un cassetto e vedi ciò che, anni prima, vi è stato collocato con sogni, speranze, pensieri e sensazioni positive e che oggi non è altro che la testimonianza di un fallimento. E la tristezza assale, insieme alla consapevolezza che, forse, non sarebbe potuto mai andare diversamente. Perché la vita è la prima cosa che finisce, per cui tutto, in un modo o nell’altro, terminerà. Prima o poi.

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Viaggiare verso il giorno dopo

Maureen Mcgovern – The Morning After

 There’s got to be a morning after
If we can hold on through the night
We have a chance to find the sunshine
Let’s keep on looking for the lightOh, can’t you see the morning after?
It’s waiting right outside the storm
Why don’t we cross the bridge together
And find a place that’s safe and warm?It’s not too late, we should be giving
Only with love can we climb
It’s not too late, not while we’re living
Let’s put our hands out in timeThere’s got to be a morning after
We’re moving closer to the shore
I know we’ll be there by tomorrow
And we’ll escape the darkness
We won’t be searching anymoreThere’s got to be a morning after
(There’s got to be a morning after)
There’s got to be a morning after
(There’s got to be a morning after)
There’s got to be a morning after
(There’s got to be a morning after)

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Viaggiare e non Arrivare da Nessuna Parte

 

LoopQuesto articolo non è propriamente di riflessione, ma di sfogo. A volte si perde l’oggettività, si smette di voler pensare, ci si stanca di riflette, non si ha l’energia di mantenere la calma interiore. A volte si vuole solo urlare, sfogarsi. Ci si trova incastrati, ingabbiati, imprigionati. A volte sembra che la soluzione non sia raggiungibile.

Viaggiare vuol dire mettersi in moto, fisicamente o psicologicamente. Un viaggio prevede un punto di partenza e un punto di arrivo. Ma a volte, nella vita, anche il viaggio più lungo, più estenuante, più coraggioso e più doloroso non porta da nessuna parte.

Ci sono delle fasi, nella vita, in cui ti trovi ad intraprendere viaggi indispensabili (o per lo meno presunti tali) e dai quali non puoi esimerti. Magari perché ritieni che ci siano delle importanti decisioni da prendere, perché sai che non puoi fare altrimenti o perché ritieni opportuno farlo.

A volte sono viaggi lunghi, lunghissimi. Ci vogliono anni, a volte decenni, e cerchi di trovare la soluzione migliore. Magari ce l’hai a portata di mano e credi di averla trovata, magari vedi il punto di arrivo e ritieni, ormai, di aver raggiunto l’obiettivo finale. Poi, di colpo, ti capaciti di una cosa: hai agito, hai sofferto, hai preso decisioni importanti, hai tenuto comportamenti consoni, mantenendo anche una coerenza invidiabile, hai imposto a tutti, anche a te, un atteggiamento adeguato, degno di tal nome, hai mostrato correttezza e credi di aver seminato bene.

Poi ti ritrovi, dopo anni di viaggio, sullo stesso letto, nella stessa posizione, in una fredda e umida giornata tardo-autunnale/invernale, a piangere. Senza che nessuno al mondo possa vederti, senza che nessuno al mondo possa sospettare nulla. Perché poi, finito lo sfogo, indosserai di nuovo il tuo miglior sorriso, la tua espressione serena, il tuo carisma, la tua sicurezza e ti mostrerai di nuovo al mondo. Imperturbabile. Apparentemente felice. Visibilmente sorridente. Da scaturire l’invidia del mondo.

Dopo un viaggio infinito, tutto resta come prima. Stesse lacrime, stesse sensazioni, stesso senso di solitudine, stessa espressione da Actor’s Studio (falsa, ma convincente), stesso vuoto interiore. La domanda dunque diventa: a cosa è servito questo Viaggio?

E ci si ferma a riflettere, ancora con gli occhi lucidi, su ciò che si è riusciti ad ottenere e ciò a cui si è stati costretti a rinunciare. E che la felicità, forse, è solo una breve parentesi in un infinito mare di lacrime.

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Sognare di Viaggiare

Sognare

Sognare

E sognare di riprendere un aereo e volare via, di essere di nuovo in aria, guardare il mondo sottostante e vederlo lontano, distante, estraneo. 

E sognare l’estate e il caldo, e una notte stellata con i grilli che cantano e la consapevolezza che la vita scorre, vicina e lontana, dentro e fuori.

E sognare di sentir suonare la sveglia, guardare l’orologio e capire che davanti si ha una lunga giornata e che entro qualche ora tutto intorno sarà diverso.

E sognare di tornare indietro e di rivivere, almeno una volta, una vita che non mi appartiene più da tempo, una vita diversa, una vita ormai sepolta ma mai dimenticata.

E sognare di provare certe sensazioni che non sai se sentirai mai più, dentro e fuori.

Sognare di Viaggiare. Dentro e fuori di me.

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Viaggiare: chi parte, chi resta

Partire

Partire

Il Viaggio. Viaggiare vuol dire  spostarsi da un luogo di partenza a un altro, di solito distante dal primo. Partire. Viaggiare, dunque, vuol dire mettersi in moto, fisicamente o mentalmente, e mettersi in gioco. Viaggiare vuol dire mettersi in discussione, sfidare sé stessi, misurare le proprie capacità intellettive e di adattamento. D’altronde c’è una netta distinzione tra turista e viaggiatore, ma ne parleremo in futuro.

Viaggiare può prevedere vari soggetti, vari luoghi, varie ragioni ma fondamentalmente il viaggiatore è un singolo individuo (che può viaggiare anche in compagnia, beninteso) che andrà  a misurare la sua vita, i suoi paradigmi, i suoi criteri e le sue convinzioni con qualcosa di nuovo, diverso, inizialmente indistinguibile nelle miriadi di sfaccettature.

Anche il viaggio di ritorno o un viaggio di routine, per quanto possano essere abituali e noti, sono comunque delle avventure. Possono esserci situazioni impreviste, difficoltà nuove, mille ragioni di dubbio, tensione, incertezza. Ci si confronta sempre con qualcosa di nuovo, quando si viaggia. E questo è il principale fascino del viaggiare.

Chi viaggia molto sa bene che, spesso, il viaggio (nelle sue fasi: preparazione, esecuzione, ecc.) è più interessante del resto del soggiorno. Perché viaggiare vuol dire esplorare, e l’esplorazione inizia nell’istante esatto in cui il viaggio viene pianificato. E questo significa che, di solito, chi parte soffre meno di chi resta.

Spesso viaggiare coinvolge più soggetti, non tutti partecipi al viaggio stesso. Chi parte ha una posizione completamente diversa. In qualche modo, cambia ambiente, ha la mente impegnata, conseguentemente soffre meno (se c’è una parte di sofferenza) il distacco. Chi resta, invece, ritrova il vuoto lasciato da chi è appena partito. Rivedere gli stessi luoghi, effettuare le stesse cose, ritrovare intorno gli oggetti personali, mette chiaramente in luce l’assenza di chi è partito.

Soffre più chi resta di chi parte. Perché chi parte ha qualcosa per cui muoversi, chi resta ha solo il vuoto da sopportare. Poi ci si abitua. Ma non ci si abitua mai a quella sensazione di distacco e, appunto, di solitudine che prova chi si ritrova di colpo solo.

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Viaggiare nel Rispetto

RispettoChe cos’è il RispettoRispettare vuol dire dimostrare stima per qualcuno. Detto ciò, saremmo naturalmente portati a pensare che dovrebbe essere una cosa naturale, che sia opportuno rispettare gli altri, che il rispetto è alla base di una società sana.

Sono tutte belle parole, ma i fatti sono altri. Alla fine dei conti, infatti, il rispetto viene applicato sempre a livelli diversi. Che sia Italia o Estero, il concetto non cambia: tendiamo a mostrare rispetto solo in base alla concezione che noi abbiamo nei confronti della persona (o cosa) da rispettare.

In Italia si tende ad avere uno scarso rispetto per le regole, interpretandole secondo canoni di giudizio diversi e in base alle singole situazioni. Un semaforo arancione, per esempio, può essere considerato un verde un po’ maturo o un rosso acerbo, e questo non solamente sulla base del tempo trascorso nel suddetto stato cromatico, ma anche in base alla tipologia dell’incrocio, ora del giorno, condizione del traffico, presenza o meno di pedoni pronti ad attraversare, presenza o meno di Photored o di qualcuno che possa somigliare ad un membro delle forze dell’ordine, ecc. Interpretazione, appunto, delle regole. Che porta ad un concetto diverso di rispetto, e sulla base del momento e della condizione.

Le regole sono qualcosa di diverso dalle persone. Per quale motivo, allora, non dovremmo rispettare gli altri? Le cause possono essere innumerevoli ma, spesso, è per ragioni di interesse. Se una carenza di rispetto verso qualcuno può donarci beneficio, saremo tentati dall’avere qualche scrupolo in meno. La carenza di rispetto è dunque spesso legata ad un vantaggio personale. A volte è solo una forma di sfogo psicologico, in quanto non rispettare un’altra posizione ci erige su una sorta di piedistallo. Ci sentiamo migliori, più forti, più importanti. Umiliare qualcuno per sentirsi migliori. Dimostrando, invece, debolezza.

La mancanza di rispetto più grave, però, è quella verso sé stessi. Non rispettarsi vuol dire mettersi in condizioni estreme, negative, di disagio. Farsi maltrattare è una mancanza di rispetto verso sé stessi, così come lo è il compiere azioni ben lontane dalla propria moralità e dalla propria filosofia di vita. Mettersi gratuitamente in pericolo è un modo di non avere rispetto per la propria salute e incolumità, nonché per i sentimenti delle persone che ci vogliono bene o che hanno bisogno di noi.

Spesso si crea una situazione di mancanza di rispetto proprio chi, nella propria vita, ha dovuto subire violenze (fisiche o psicologiche) e si è abituato ad una costante condizione di mancanza di rispetto. Come se l’umiliazione sia una forma di normalità, come se si debba provare quella sensazione negativa allo scopo di sentirsi accettati. Come se si debba giustificare a sé stessi la propria mediocrità, quasi per affrancare gli altri dal modo in cui si comportano.

A volte, invece, la mancanza di rispetto verso sé stessi o verso gli altri deriva da un disagio psicologico personale. Ci sentiamo male, non siamo sereni e, come risultato, maltrattiamo tutti coloro che ci vogliono bene. Anzi, più ci rispettano, più li maltrattiamo, come se volessimo dimostrare loro di non meritare tale rispetto, di esserne anche innervositi in quanto non riteniamo di esserne degni. Alias, mancanza di amor proprio, o di rispetto, che dir si voglia.

Ma come si può credere di riuscire a rispettare gli altri se non si rispetta sé stessi?

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La percezione del Tempo

Il Tempo

Il Tempo

Il Tempo. Tutto ciò che sappiamo è che scorre, inesorabilmente. Ciò che spesso non capiamo è il motivo per cui ne abbiamo una percezione diversa in base ai momenti e all’età.

Da giovanissimi, un anno sembra una vita. Il tempo sembra non passare mai. Probabilmente a causa della quantità di nuove esperienze che si fanno, forse perché si vive la vita con più “trasporto” (inteso come sogni, speranze, ambizioni). Crescendo, alcuni sogni iniziano a diventare utopie o si trasformano in realtà, sfatando sotto certi aspetti quell’aura di mito irraggingibile che li contraddistingueva; le speranze mutano sulla base dei problemi e del presente. Le ambizioni? Dipende.

Oppure la percezione del tempo muta sulla base del quantitativo di vita già trascorso? Paragonare il presente ad un breve passato rende lungo l’attuale, paragonare un anno a moltissimi già trascorsi è più indicativo sulla contrazione che la nostra mente ha di esso. D’altronde, se abbiamo memoria di pochi eventi in un quantitativo elevato di tempo, esso sembrerà essere trascorso in un lampo.

Del resto, la vita è come un anno: inizia con l’euforia di qualcosa di nuovo, in una stagione ancora fredda e poco produttiva. Poi arriva il periodo caldo, quello in cui si vuol fare di tutto, si hanno mille energie, c’è voglia di fare e di tenersi vivi e in moto. Giunge poi la fase del calo: cadono le foglie, ma c’è ancora sostenibilità e qualche sprazzo di vitalità giovanile. Giunge poi la parte finale, quella del bilancio. Ciò che si è fatto, è parte del passato (o, nel migliore dei casi, del presente). Ciò che non si è ottenuto, è ormai tardi per realizzarlo pienamente. Il declino è inevitabile, la fine certa. Il freddo è tornato. L’anno, come la vita, sono ormai agli sgoccioli. Il tempo a disposizione è ormai finito.

Bisogna vivere il presente, ricordando il passato e facendone tesoro per il futuro. E quando il presente è oscuro, possiamo sempre chiudere gli occhi e viaggiare nei ricordi.

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Trent’anni

“Io mi divertivo ad avere trent’anni, io me li bevevo come un liquore i trent’anni. Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatre, i trentaquattro, i trentacinque!Sono stupendi perche’ sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, e non è cominciata la malinconia d…el declino.Perchè siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna.E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi.Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. E’ viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi.Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…”

Oriana Fallaci

(gentilmente copiato e incollato, non ricordandone il testo esatto)

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Il Silenzio

Il Silenzio è il rumore più assordante,
poiché la mente vola nei suoi pensieri.

Il Silenzio è la pace del corpo,
è il tormento dell'anima.

Il Silenzio porta con sé un fardello di paura,
ci ricorda che siamo soli.

Il Silenzio è il più cercato e più temuto dei suoni,
racchiude il brusio dei pensieri, l'urlo della memoria.

Il Silenzio è accettazione, 
il Silenzio è riflessione,
il Silenzio è meditazione,
il Silenzio è sottomissione.

Silenzio.
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Il Cassetto dei Ricordi

Apro il cassetto e torno nel passato.
Non trovo le tue cose, trovo te, trovo noi, 
trovo i ricordi di una vita insieme.

Trovo i sogni e le speranze,
un pigiama che avevo ormai dimenticato.
Trovo un mondo ormai superato.

Vedo il colore dei nostri progetti,
sento il profumo delle nostre speranze,
il sapore dei nostri sogni.

Prendo senza guardare, metto via senza riflettere,
tutto ciò che negli anni era così familiare e da ora diventerà estraneo.
Sigillato in un mondo di ricordi. 
Parte di una vita passata. Parte di una vita mai dimenticata.

E chiudo gli occhi e torno indietro,
l'amarezza mi assale e mi chiedo come, quando e perché
non abbiamo più capito dove andare, insieme.

Chiudo la scatola, il cassetto è vuoto,
e una lacrima scende al pensiero che non vedrò mai più quelle cose,
a cui negli anni mi ero tanto affezionato.

Non ne sentirò più l'odore, non saranno più parte della mia vita,
relegate nella mente, nel cuore, nell'anima,
relegate nell'oblio.

Chiudo gli occhi lucidi, nel dolore di un Addio.
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